Quindici anni dopo
(17marzo 1998 - 2013)

17 marzo 2013

 “Campo di calcio a cinque Ruggero Toffolutti - Van Toff”: dal prossimo giugno il Magonello, a Piombino, si chiamerà così.  Mi sembra quasi di sentirlo: “Non importava, lo sai. Avrei continuato a giocarci lo stesso”.

Ogni estate  lo rivediamo dribblare  gli avversari e  fare  goal durante le partite del Van Toff, il memorial che prende il nome dal suo pseudonimo calcistico. Perché Ruggero  tifava Milan e amava Van Basten

Quindici anni. Sono trascorsi 15 anni da quel mattino di quasi primavera. Io che accompagno l’altro  figlio a scuola. Fa la terza elementare ed è legatissimo al suo tato, grande e giocherellone. Poi  vado in redazione per cominciare la giornata di lavoro. Che mi inquieta  subito,  con quel fischio di sirena  d’ambulanza che mi ferma il cuore per un attimo.

 Ancora non sapevo.

 La prima telefonata è di una collega. Suo marito lavora in Magona e  segnala  un infortunio mortale in fabbrica. Le chiedo il nome della vittima. Non lo sa. Le dico: “Anche Ruggero è in Magona, stamani”.

 “Ce ne sono tanti,  che vai a pensare. Perché dovrebbe essere proprio lui?”, mi risponde.

 Già, perché dovrebbe essere  proprio lui. Mi ripeto a voce alta. Perché?

Comincio a fare quello che  noi giornalisti  chiamiamo giro telefonico di nera..

  Riesco a rintracciare sul cellulare il sindacalista che  è sul posto. Gli chiedo il nome della vittima. Silenzio. E io che incalzo. Fino a quando dall’altra parte del telefono arriva la conferma: “Che ti devo dire? E’ lui. E’ il Toffolutti”.

 I colleghi non sono ancora arrivati. Qualcuno là intorno  mi sente urlare. Viene a vedere cosa è successo. Mi accompagna a casa. Ed è lì che parlo con mio marito.

 Non sappiamo ancora che non potremo  vederlo neanche un’ultima volta, Ruggero..

 Che non potremo neanche vestirlo, tanto ha lavorato bene quel macchinario senza protezioni che lo ha stritolato.

 Non sappiamo ancora che, pochi giorni prima di morire, si è rivolto a un lavoratore sindacalizzato della Magona per chiedere aiuto e dirgli in quali  condizioni erano costretti a lavorare lui e i suoi compagni dell’impresa.

 Non sappiamo ancora che quel lavoratore non ha  detto tutto  al magistrato.  Adesso, quando mi vede,  abbassa la testa.

 Non sappiamo ancora che Ruggero ha avuto  il tempo di capire. Forse sarà stato un attimo. Ma  un attimo interminabile.  E il terrore che leggiamo nei suoi occhi  non smetterà mai di riflettersi nei nostri..

Pochi mesi dopo nasce l’associazione nazionale Ruggero Toffolutti per la sicurezza dei luoghi di lavoro. Sensibilizzare. Denunciare.  Incontrare i ragazzi. Concorsi fotografici e letterari. Manifestazioni. Tornei. Una mostra che viaggia in mezza Italia.  Si chiama “Persone, non numeri”. Perché di persone, parliamo.

Andiamo avanti. Senza sosta. Come il dolore.  Quello  che non passa mai. Che  toglie molte sfumature dai discorsi. Che respiri  quando   conosci famiglie come la tua. Quando registri nemici insospettabili o incassi conferme che  fanno male. Perché chi muore sul lavoro o per lavoro,  non è un suicida.  E nemmeno un imbecille.

Ci sono responsabilità precise. Che ruotano troppo spesso intorno a ragioni di mercato, d’impresa.

Se  sulla zincatura Ruggero  avesse lavorato con  un altro, non sarebbe morto. Perché ci sarebbe  stato il tempo di fermare l’ingranaggio che lo ha stritolato.

Se la gru avesse avuto manutenzioni,  Paolo non sarebbe schiantato a terra con la cabina,  e non sarebbe  stato ucciso neanche il  suo compagno che si trovava  sotto.

Se Luca, operaio interinale, fosse stato mandato a stivare camion su un traghetto solo dopo che qualcuno gli avesse insegnato le procedure, non avrebbe perso la vita  nella prima ora  del suo primo giorno di lavoro.

Se, se, se. Conosco i  mille “Se” che  arrovellano la mente  di chi resta.   La cultura  della sicurezza è importante . Ma non basta, quando le ragioni della vita valgono meno della produzione. Quando chi deve controllare non lo fa o non è messo nelle condizioni di farlo. Quando  politica e sindacati si fermano allo sdegno post mortem.  Quando il senso di impunità  diventa il nemico principale della prevenzione. Quando  è la precarietà  la regola principale.

 

Ogni 17 marzo portiamo un mazzo di fiori nella fabbrica dove Ruggero è stato ucciso. Perché   pensiamo che se un lavoratore passa di lì e li vede, si ricordi cosa è accaduto.

  Sappiamo bene che nostro figlio non è lì.

 E’ con noi,  nell’impegno quotidiano contro l’indifferenza che  esprimeremo fin quando avremo voce.  Per lui, con lui, per gli altri.

Nelle sere d’estate, invece, è al Van Toff. A dribblare gli avversari e a fare goal.                

                                          

Valeria Parrini Toffolutti

Presidente Associazione nazionale Ruggero Toffolutti contro le morti sul lavoro