|
L'agonia DEL MORTO BIANCO
Leonard Shepu, operaio albanese, 37
anni, è morto dopo tre mesi di agonia. E' il quarto
operaio che ha perso la vita per l'esplosione della
Eureco di Paderno Dugnano, la strage sul lavoro che non
interessa a nessuno
Le morti bianche non esistono, sono un trucco di cattivo
gusto. Però la definizione aiuta a capire fino a che
punto l'eliminazione dell'idea della morte possa
spingersi attraverso la rimozione del morire e a volte
persino del moribondo - forse perchè è un fastidio che
prima o poi tocca ognuno di noi. Prendiamo Leonard Shepu,
un trentottene albanese, forse il morto bianco più
trasparente di tutti, scomparso definitivamente l'altro
giorno dopo essere morto per tre mesi di fila, con un
piede nelle statistiche del 2010 (è uno dei 1.080
lavoratori morti l'anno scorso, perchè la «sua» fabbrica
è esplosa il 4 novembre), e un altro in quelle del 2011
(ufficialmente è lui il 64esimo morto dal primo gennaio,
e per le statistiche che impongono almeno una qualche
ipocrita «vicinanza» con le vittime significa un + 57,8%
rispetto ai primi 33 giorni dell'anno precedente).
Nella fase acuta di un grande ustionato - sono le ferite
più dolorose che il nostro corpo può subire, spiega
l'Ospedale Niguarda di Milano che lo aveva in cura - si
rimuove chirurgicamente il tessuto necrotico e in un
secondo tempo si procede all'impianto di cute per
ricostruire la parte lesa. Con questa tecnica l'ospedale
ha salvato la vita all'unico superstite dell'incidente
aereo di Linate, quasi dieci anni fa. Molti ancora
ricordano. Leonard Shepu, invece, non ce l'ha fatta e
con lui nemmeno gli altri tre suoi colleghi che erano
già morti in seguito all'esplosione della Eureco di
Paderno Dugnano. Una strage sul lavoro, la più rimossa
della storia d'Italia, con quattro morti bruciati che
hanno avuto la presunzione di spegnersi poco alla volta,
col contagocce, e due di questi erano pure albanesi, gli
ultimi degli ultimi, un'aggravante che in casi come
questi aiuta a dimenticare in fretta - secondo dati
Inail, gli incidenti mortali dei lavoratori stranieri
sono aumentati del 15% negli ultimi cinque anni. E dire
che l'«incidente» di Paderno Dugnano (altra definizione
di pessimo gusto) avrebbe potuto avere conseguenze
incalcolabili, per l'ambiente e per i cittadini
dell'hinterland milanese: l'Eureco smaltiva rifiuti
tossici pericolosi. L'impianto è sotto sequestro e sta
indagando la procura di Monza.
L'operaio è morto dopo novanta giorni di agonia e,
secondo il referto medico dell'ospedale, «nonostante
l'intenso periodo di cure, i numerosi interventi
effettuati, una media di due alla settimana, e il
massimo impegno dell'équipe di rianimazione e del centro
Grandi Ustionati». L'hanno operato più di venti volte in
tre mesi, e questa non è una morte bianca. Sono stati
mangiati dal fuoco anche Harun Zeqiri, albanese di 44
anni, il 63enne Sergio Crapolan e tre settimane fa (il
18 gennaio, due mesi e mezzo dopo l'esplosione) anche
Salvatore Catalano, 55 anni, l'unico dei quattro
lavoratori cui almeno è stato concesso un profilo più
umano, perchè per le cronache non era solo un operaio ma
anche un futuro sposo: avrebbe dovuto convolare a nozze
con la sua compagna sedici giorni dopo l'esplosione che
gli ha provocato il 90% di ustioni su tutto corpo. Lei
avrebbe voluto sposarlo lo stesso. Questa è stata
l'unica storia che i giornalisti hanno provato a
raccontare, almeno un pochino, perchè la rimozione di
queste morti, le morti sul lavoro, è un meccanismo di
autodifesa (anche professionale) che viene applicato su
larga scala: volendo, ci sarebbero tre storie, tre morti
ogni giorno, da raccontare, da qui alla fine dell'anno -
vogliamo parlare di quell'operaio italiano di 50 anni -
«le sue generalità non sono ancora conosciute», recitano
le agenzie - morto proprio ieri mattina in un'azienda
vicino a Pavia?
Ma ci sono altri silenzi che non hanno a che fare con
l'imbarazzo della morte e che rendono esemplare questa
storia. Va bene, l'Eureco non è la ThyssenKrupp di
Torino (sette morti ustionati il 6 dicembre 2007), ma
forse proprio per questo dà l'idea di una realtà ancora
più diffusa che tutti conoscono ma nessuno vuole vedere.
La mattina del 5 novembre scorso, poche ore dopo lo
scoppio della bombola di gas acetilene che ha provocato
la strage, davanti ai cancelli dell'Eureco non c'era
quasi nessuno. Un'auto dei carabinieri, qualche curioso,
un paio di sindacalisti con l'aria smarrita. Non un
presidio, una diretta con Santoro, un'ora di sciopero.
Una desolazione muta. Tutti e cinque gli operai albanesi
rimasti feriti - tre si sono salvati - non erano assunti
dal proprietario dell'Eureco, Giovanni Merlino,
lavoravano in subappalto per la cooperativa Tnt; e
queste sono realtà che sfuggono a qualsiasi controllo,
figuriamoci al sindacato. «Non riusciamo ad esserci»,
ammettono i sindacalisti. A proposito di controlli. La
Eureco, questa sconosciuta, non era nell'elenco delle
aziende a rischio della «direttiva Seveso», eppure
trattava rifiuti speciali pericolosi, nel cuore della
Lombardia, la terra più produttiva e inquinata del
capitalismo avanzato. E sapete quanto «pesano» ogni anno
in Italia i rifiuti speciali «fantasma» come quelli che
stavano trattando gli operai morti per uno stipendio da
fame? 131 milioni di tonnellate, quattro volte il volume
dei rifiuti solidi urbani trattati ogni anno.
Se questo è lo scenario, Leonard Shepu in fondo era solo
una comparsa.
di Luca
Fazio - MILANO - 05.02.2010
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20110205/pagina/16/pezzo/296654/ |