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Perché è nata l’associazione: Solo un accenno personale, perché l’associazione, pur portando il nome di nostro figlio, non è “nostra”. L’abbiamo voluta rtemente ma è uno strumento a disposizione di tutti. Come qualcuno di voi già sa, sono una giornalista de “Il tirreno” che un mattina, facendo il giro telefonico dalla redazione ha saputo “in diretta “ che suo figlio era morto stritolato da un ingranaggio nello stabilimento Magona. Lavorava per una piccola impresa dell’indotto ed è stato il terzo dei quattro uccisi sul lavoro nei primi mesi del 1998 a Piombino. Quando i principi in cui hai sempre creduto si infrangono proprio sulla pelle di tuo figlio, il mondo ti crolla addosso due volte . Hai davanti a te due possibilità: rinchiuderti con quanto resta della tua famiglia e piangere in silenzio, circondata dalle grida di sdegno che puntualmente si levano dopo ogni omicidio bianco insieme alle promesse di un potenziamento delle misure di sicurezza.
Oppure puoi provare a dare un senso alla tragedia che ti ha sconvolto. Mio marito ed io abbiamo deciso di seguire questa seconda strada. All’idea iniziale di un coordinamento che accogliesse i familiari delle vittime ne è subentrata subito un’altra: quella di un organismo aperto a quanti, indipendentemente dalle proprie convinzioni personali, si sentano personalmente impegnati sui temi della prevenzione e del valore che la vita ha anche dentro i cancelli delle cave, dei cantieri, delle cartiere, delle fabbriche. Un nucleo chiuso ai familiari - al di là della pietà che nessuno di noi vuole - avrebbe avuto possibilità di azione limitate, meno capillari e quindi meno efficaci. Allo stesso tempo, la presenza di chi piange davvero quei morti, mette l’associazione al di sopra di ogni sospetto strumentale. La immunizza da qualsiasi eventuale tentativo di interferenza. Con il dolore vero non si scherza , neanche in tempo di elezioni. C’è persino chi ci ha chiesto se siamo di destra o di sinistra. Rispondiamo semplicemente con lo Statuto, nel quale sta scritto che può iscriversi ogni persona senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Basta condividere lo scopo che è quello di “perseguire ogni azione in favore della tutela della vita, dell’integrità e della sicurezza dei lavoratori, contro gli incidenti sui luoghi di lavoro. E di promuovere la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sull’argomento con ogni strumento non violento”. In Italia, giustamente, assistiamo a campagne di sensibilizzazione su tutto: dall’Aids all’abbandono degli animali, dalla sicurezza stradale, ai pericoli del sabato sera nel dopo-discoteca. Non c’è un minimo spazio dedicato a questa guerra continua che uccide ogni anno almeno 1.300 lavoratori. Non è questa un’emergenza quantomeno analoga a quella della criminalità? In Lucchesia, adesso, dovrebbero arrivare i caschi blu dell’Onu con tre morti in dieci giorni. Eppure no. Arriverà forse una piccola task-force pronta a spostarsi non appena in qualche altra zona ci saranno altre morti. Ma dovranno essere morti fitte. Una qua, una là non bastano ad intensificare gli interventi. Servono solo ad alimentare le statistiche dell’Inail, anche se i l totale dà, appunto, 1.300. Sono l’assuefazione e il concetto di fatalità a dover essere sconfitti a favore di un a cultura trasversale della sicurezza. Sensibilizzazione, dunque, ma anche responsabilizzazione e denuncia. E’ facile ed anche utile imputare le colpe al profitto. Che ne ha molte. Quando le leggi di mercato dettano le regole, il rispetto degli orari e dei ritmi ,le misure di sicurezza diventano optional. E’ provato. In Italia si muore di lavoro per le stesse cause di un decennio fa. Eppure la mitica legge 626 avrebbe dovuto arginare il problema. Così non è e quella legge rischia di diventare la classica foglia di fico dietro la quale possono trovare rifugio le istituzioni, i sindacati, persino gli imprenditori . Sbagliato sarebbe comunque dare la colpa genericamente al sistema. Ciascuno di noi, individualmente, deve farsi carico di questi fatti e tradurli nelle attività che gli sono possibili. Fossero pure l’acquisto al supermercato (il prodotto costa meno perché la ditta non spende in pubblicità o perché fa lavorare senza regole?) o la denuncia con la quale un lavoratore può vedere in noi un punto di riferimento per segnalare il rischio a cui è sottoposto. Non abbiamo velleità, lavoriamo semplicemente perché qualcosa cambi davvero. Ad esempio, perché chi ha il dovere di controllare lo faccia, o sia messo nelle condizioni di farlo. Perché chi ha il compito di tutelare l’occupazione si impegni di più anche sul versante della mala occupazione, dei diritti violati e non si limiti, di fronte ad un omicidio bianco, a pensare alla colletta per i familiari o a fornire una possibile assistenza legale , senza peraltro avere il coraggio di compiere scelte che lo facciano sentire davvero parte lesa come dovrebbe essere. Perché non ci si fermi agli interventi di facciata. Perché le responsabilità siano accertate velocemente con conseguente, rapida, applicazione della pena. I nostri primi contatti con realtà toscane e di altre zone del Paese stanno avendo un esito veramente positivo e questo ci fa ben sperare sulla possibilità di estendere velocemente la nostra rete. Se in un anno riusciremo ad impedire che muoia anche un solo lavoratore in meno, avremo raggiunto il nostro scopo. Valeria Parrini Toffolutti |