|
|
|
INTERVENTO DEL PRESIDENTE AL CONGRESSO REGIONALE FIOM
MONTECATINI (HOTEL CROCE DI MALTA), 29 novembre 2001
Grazie per l’opportunità che ci avete offerto Riteniamo preziosa ogni occasione di confronto che si traduca in proposta e sensibilizzazione. Siamo nati per questo. Perché non si faccia finta di niente oppure, e forse è peggio ancora, si faccia finta di piangere. Magari sulla scorta dell’ennesimo infortunio mortale.
Non abbiamo velleità. Sappiamo benissimo che l’emergenza della insicurezza dei luoghi di lavoro è gravissima, sottovalutata e causata da una matassa di elementi che si intrecciano. Ce ne sono di più pesanti e di meno. E ci sono tante responsabilità. Ne abbiamo tutti. Prima di tutto ne ha e di gravissime l’economia, l’impresa. Sapete benissimo perché e su questo aspetto non mi dilungherò.
Personalmente, come giornalista, ne assumo per una categoria che raramente riesce ad occuparsi seriamente del problema. Mi è capitato di leggere, pochi giorni fa, in occasione della strage di Terricciola dove sono morti 4 lavoratori, un commento di un collega che faceva varie ipotesi.
Nell’ipotesi fatalità – e già la parola mi fa accapponare la pelle - ha messo la forte carica elettrostatica del locale che, complice il clima , sì, il clima, e forse la caduta di una scopa o lo squillo di un cellulare, o un maglione tolto da dosso, avrebbe provocato la scintilla e quindi l’esplosione. Se anche fosse stato questo il cocktail mortale, sarebbe stata una fatalità o forse in una fabbrica di fuochi d’artificio la carica elettrostatica dovrebbe essere un tantino controllata? Si può scrivere una cosa del genere? Dopo l’autocritica per la mia categoria mi rivolgo a voi perché di grandi responsabilità ne avete voi.
Ho ascoltato le parole dei segretari nazionali alla celebrazione del primo maggio a Pescara . “Più lavoro, più sicurezza “ era lo slogan scelto dai vertici sindacali. L’ordine con cui sono state elencate queste due parole ha il sapore del lapsus freudiano e dà già una traccia utile sulle priorità che vengono indicate e , soprattutto, sostanziate nella pratica quotidiana.
Perché no “più sicurezza e più lavoro”? Semplicemente perché, la sicurezza viene sempre dopo.
Al di là dei discorsi, nei fatti, per prima viene l’occupazione pur che sia e poi l’incolumità. Perché manca troppo spesso la consapevolezza che quando si mettono in competizione ambiente e sicurezza da un lato, posti di lavoro dall’altro si finisce per perdere gli uni e gli altri. Perché più il mercato del lavoro si frammenta e cresce il precario, più si abbassa la soglia della prevenzione.
Perché la monetizzazione del rischio continua a colpire.. Perché i ritmi sono sfrenati, gli orari impossibili, i riposi saltano, nelle organizzazioni del lavoro il valore uomo non ha peso specifico, le tabelle dei turni ti dicono quando entri in fabbrica ma non quando esci. Ammesso che tu esca. Con le tue gambe. Perché la formazione è inadeguata e si continua ad assegnare gli appalti al massimo ribasso. Perché dove c’è lavoro nero la sicurezza è un optional. Perché i controlli sono insufficienti e spesso preannunciati. Perché la prevenzione è considerata un costo e la repressione, per questi reati, è un mito. Lo so. Sto sfondando tante porte aperte. Gran parte delle cose che ho appena detto le hanno dette più autorevolmente di me i vertici sindacali proprio il primo maggio scorso. A scadenza canonica, insomma.
Ma dire non basta. Soprattutto non deve bastare al sindacato. Ogni omicidio sul lavoro – per favore, aboliamo l’aggettivo bianco perché di asettico e di candido in questi casi non c’è assolutamente niente, parla prima di tutto al sindacato. Gli dice dove ha sbagliato, dove ha sottovalutato, dove non ha denunciato, dove ha concordato, dove ha chiuso un occhio e non ha preteso. E anche dove non è stato ascoltato.
I rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, sulla carta, hanno un ruolo determinante. Ma quanti Rls riescono a svolgere il loro compito adeguatamente ? Quanti conoscono le proprie prerogative?
Non a caso, tra le proposte che facemmo all’allora candidato del centrosinistra, Claudio Martini, c’era anche la nascita di una rete d’ascolto regionale per i Rls.
Sarebbe riduttivo, però, ricondurre tutto a un problema di strumenti tecnici. Quanti Rls lo vogliono svolgere adeguatamente questo ruolo e quanti, invece, si limitano ad accettare l’incarico in nome della rappresentanza e di spartizioni tra le organizzazioni di categoria, con un pratica diffusa e deleteria che porta ad assumerlo senza essere motivati dentro ma solo per piantare la propria bandierina nella mappa geosindacale ?
Essere motivati dentro significa spesso battersi con l’azienda che ti vede come quello che fa spendere e intralcia. E qualche volta, contrastare con gli stessi lavoratori. Significa non sedersi in direzione ed annuire.
E’ faticoso ma indispensabile. Altrimenti, coscienza vorrebbe che si rifiutasse l’incarico.
Lo so, il clima di ricatto e di omertà può essere pesante (anche per questo l’articolo 18 deve rimanere dov’è perché le aziende hanno già fin troppo strumenti di pressione). Ma non abbastanza pesante da schiacciare la coscienza singola, di ognuno di voi. E la coscienza collettiva di una parte sociale così importante com’è il sindacato, come è la Fiom, come siete voi. Perché in fabbrica ci siete voi e non c’è sistema di prevenzione – neanche il più innovativo, neanche quello ritenuto perfetto – che possa surrogare la vostra capacità di analizzare e denunciare i fattori di rischio.
La vostra coscienza non può essere lavata da un corteo che arriva dopo un funerale.
Li conosciamo, lo sdegno, lo sgomento, la rabbia, la protesta che seguono un infortunio mortale. Il fatto è lì, dirompente, inequivocabile. Bisogna pur dire qualcosa. Ma ci sono anche le bombe ad orologeria. Le malattie professionali. Subdole, maligne. Scoppiano quando meno te lo aspetti. C’è l’amianto, ad esempio, col suo stillicidio silenzioso. E ci sono vicende drammatiche e paradossali,come quella dei lavoratori della vetreria ex Saivo di Firenze che nonostante un dossier voluminoso di prove e documentazioni che attestano l’esposizione, due livelli di giudizio brillantemente superati e le prime morti sospette, rischiano di essere esclusi dai benefici contributivi mentre l’applicazione della legge in qualche caso, si sta configurando come una sorta di prepensionamento. Quanta consapevolezza, quanto desiderio di spendersi c’è per un ambiente sano dentro e fuori dalle fabbriche? Basta, è sufficiente delegare tutto a protocolli di intesa dai tempi geologici (quando si parla di salute tali sono anche pochi anni) destinati il più delle volte a diventare carta straccia nonostante la concertazione e gli avalli autorevoli delle istituzioni, delle imprese e dei sindacati?
Si parla molto di criminalità . E vi chiedo: l’imprenditore che viola le norme sulla prevenzione è forse un eroe del nostro tempo? Qualche volta è cavaliere del lavoro, ma questo è un altro discorso.
L’insicurezza sul lavoro ha a che fare con la sicurezza sociale oppure è un’altra cosa? Giustifica un’emergenza oppure rientra negli effetti collaterali della modernità? Uccidere sul lavoro, è lecito?
Sembra di sì. Ed è per questo che vi propongo di discutere di una nuova cultura della legalità che interiorizzi il fatto che le lesioni inferte ai beni collettivi – e quindi alla vita , alle vite – sono lesioni gravi.
Chiudo come ho già fatto in un’altra occasione ma mi piace ripetere adesso queste frasi che ritengo particolarmente efficaci , e che ho “rubato” ad uno degli ultimi libri di Luis Sepulveda, presente al funerale di due cavatori di Carrara uccisi nel maggio del 2000 ;
“L’unico scultore al funerale ha detto che quei due lavoratori erano martiri, che erano morti per l’arte. Ma un cavatore ha sputato il toscano che teneva in un angolo della bocca e ha precisato: no, sono morti perché non c’era sicurezza, sono morti per uno stipendio di merda. E ancora una volta – aggiunge lo scrittore cileno – ho toccato con mano che la verità della gente semplice vale più di tutte le verità. Se fossi uno scultore, la mia firma sarebbe l’ultima sul piedistallo. Prima ci sarebbero i nomi dei cavatori che hanno scelto, tagliato e portato giù il marmo dalla montagna. Poi, i nomi dei marmisti che gli hanno dato la prima forma e hanno i polmoni pietrificati da quella maledizione bianca. Lettrice, lettore, quando ti troverai davanti una statua scolpita in marmo di Carrara – chiude Sepulveda – pensa ai cavatori e ai marmisti di Pietrasanta. Pensa a loro e saluta quel dignitoso anonimato”.
E’ l’invito che l’associazione “Ruggero Toffolutti” per la sicurezza dei luoghi di lavoro gira a tutti.
Soprattutto al sindacato. Naturalmente, non è riferito soltanto alle statue in marmo di Carrara.
Grazie per l’attenzione e buon lavoro.
Il presidente Valeria Parrini Toffolutti
|