Intervento alla giornata provinciale della sicurezza, Livorno 25 ottobre 2004

 

 

Ringrazio i promotori  di questa giornata  per aver sollecitato la nostra presenza. Vediamo con favore ogni occasione di confronto , soprattutto quando non cade in due tipi di situazione: periodi preelettorali o contemporanei ad un’ennesima tragedia sul lavoro.

 

La nostra associazione non  ha colorazione politica né religiosa – perché si muore indipendentemente dalle  convinzioni  - e  ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’insicurezza dei luoghi di lavoro con ogni  strumento non violento,  come sta scritto nel suo statuto.

 

 Violenza no, mai. Ma una   forte azione di denuncia circa le responsabilità, sì. Sono molteplici e concorrono ,  seppure in misura diversa, a portare il Paese in vetta alle statistiche europee degli omicidi bianchi.

 

Poi, ci  sono le malattie professionali. Poi, ci sono le malattie che colpiscono la popolazione delle città industriali. Dunque, di lavoro si muore  e si muore in misura non ancora  quantificata.

 

Gli infortuni mortali, però, non si possono nascondere – anche se le cronache ci dicono di episodi incredibili, con corpi di operai al nero,  finiti in qualche discarica o abbandonati in mezzo alla strada nel tentativo di simulare un incidente – ma per gli episodi meno drammatici si  è già cominciato. Alla grande.

 

I certificati Inail si aprono solo se non se ne può fare a meno. Altrimenti si ricorre al certificato di malattia, così godono le casse dell’inps. O, peggio ancora, si esercitano pressioni sul lavoratore – specie se interinale, a formazione, a tempo determinato – affinché se si fa male si metta in ferie oppure, addirittura, vada in fabbrica a svolgere mansioni meno pesanti o si guardi filmini sulla sicurezza che spesso ridicolizzano gli infortunati. Così capisce che farsi male è da scemi. Accade anche alla Magona di Piombino dove, in più, hanno inventato  un catalogo ricco di premi. In base al regolamento, chi non denuncia infortuni accumula punti che si sommano al punteggio della squadra. Sempre che i colleghi della stessa squadra facciano altrettanto. E’ più facile, così, che un compagno di lavoro chieda all’altro di non farla troppo  lunga,  se gli capita qualcosa. Perché è come il gioco dell’oca. Si ritorna indietro.

 

 Vanno molto le digitali. Ma per i più bravi scatta il fine settimana a Parigi. Un meccanismo subito – fatte salve le risposte ufficiali , dai sindacati - e che consente all’azienda, a  fine anno, di esibire una facciata più pulita , con meno  infortuni ufficiali, e  contemporaneamente di pagare un premio Inail più basso. Perché funziona come per le auto. Più incidenti hai e più paghi di assicurazione. E poi, meno infortuni risultano e più facilmente si ottengono le certificazioni di qualità da mettersi all’occhiello.

 

Questo per dire, che ci sono  fenomeni sommersi a imbrogliare  statistiche già di per se aberranti.

 

 Siamo dell’opinione che  fino a  quando non sarà perfettamente  maturata la consapevolezza che la fatalità ha un ruolo del tutto marginale, non  toglieremo le gambe da questa situazione. Prima acquisiremo la certezza che non possono esserci  baratti tra salute e sicurezza da un lato, posti di lavoro dall’altro, e meglio sarà.

 

 C’è chi ha capito, chi  fa finta d’aver capito  e chi proprio non ci sente e continua a ritenere premiante una politica di scambio destinata,  alla fine, ad  essere perdente.

 

 E’ una divisione  lacerante quella tra il diritto di lavorare da un lato e, dall’altro, il diritto ad un ambiente pulito e alla sicurezza di tornare a casa a fine turno. Una contrapposizione forte, radicata, che il movimento operaio e i suoi rappresentanti non riescono a superare.  Prima di tutto viene  il lavoro. Il caso Lucchini a  Piombino è un esempio perfettamente calzante.

 

  Non a caso ho parlato di tre diritti. Ma è solo intrecciandoli saldamente tra loro che si possono avere risposte vere, adeguate ,che li tutelino tutti.

 

Con la consapevolezza, però, che il valore unico, irripetibile, non risarcibile della vita deve occupare il vertice del triangolo. C’è una soglia etica al di sotto della quale non si può andare.

 

  Per questo vogliamo dire chiaro  che,  mentre contro la criminalità  comune,  più o meno organizzata, s’invocano misure eccezionali, c’è un  sistema  criminale perfettamente organizzato che in Italia uccide ad una media di tre,5  lavoratori al  giorno. Una media lontana anni luce da quella degli omicidi per rapina che,  giustamente,  tanto sdegno  provocano .

 

Vogliamo dire chiaro che non tornare a casa dal lavoro, non è una fatalità. Vogliamo dire chiaro che ci sono responsabilità precise e che prima di tutto risiedono nelle ragioni dell’impresa (anche se non tutte le aziende sono uguali, poi ce ne sono come la Lucchini dove  il grado di sensibilità è  pari a zero, solo tre giorni fa  l’azienda ha fatto prove per testare  l’impianto ecologico della cokeria che avrebbe dovuto entrare in funzione oltre due anni fa, e lo ha fatto in condizioni meteo che hanno dirottato gas tossici e vapori di ammoniaca dritto sul centro abitato), quindi in chi di fatto, lascia all’impresa mano libera. Vogliamo far sapere che i familiari delle vittime non vogliono funerali di stato come accade a chi perde la vita in missioni di guerra. Ma neanche che ci si dimentichi ad una velocità impressionante di cosa è accaduto ai loro cari e di cosa succede quotidianamente. Vogliamo ricordare  che mentre si partoriscono leggi speciali per tutelare la sicurezza dei cittadini e nonostante in galera non sia mai finito alcun imprenditore  per aver causato la morte di un suo dipendente,  il governo  lavora per depenalizzare i reati perpetrati sul lavoro. Licenza di uccidere, insomma.. Badate, non avere connotazione politica non significa tacere. E così come non lesiniamo mai  critiche dure alle istituzioni locali colorate diversamente (ne sanno qualcosa l’assessore provinciale Guerrieri, ex sindaco di Piombino o il  presidente della giunta toscana, Martini ma nche il ministro del lavoro del governo precedente, Cesare Salvi che incontrammo quando era in carica), facciamo altrettano adesso. 

 

Vogliamo sottolineare che,  come per tutti i reati, repressione e prevenzione devono marciare di pari passo.  E che ritmi di lavoro sfrenati, straordinari, precarietà, flessibilità, sono un grande nemico della sicurezza dei lavoratori e che in tanti  luoghi di lavoro i cartelli anti infortunio sono incomprensibili ai lavoratori stranieri. Carne da macello come e più dei nostri perché più ricattabili. E vogliamo dire chiaro che  la cultura della sicurezza  a cui si richiamano sempre più spesso imprese e sindacati  è fatta, sì’, di informazione, didattica e preparazione antirischio, fin dai primi anni di vita dell’individuo. Ma che non c’è stage, non c’è preparazione culturale che possa surrogare la logica del risparmio, degli appalti  e dei subappalti assegnati al massimo ribasso, della precarietà e della ricattabilità, delle manutenzioni  ridotte all’osso (dieci giorni fa in Lucchini è crollata una torre faro alta 25 metri perché corrosa dalla ruggine. Quella che noi giornalisti definiamo la classica tragedia sfiorata),  dei controlli insufficienti e, secondo alcuni lavoratori, addirittura annunciati, non c’è peggior nemico della sicurezza del senso  di impunità. E vogliamo  far sapere che dietro la freddezza della statistiche sui mortali, ci sono le persone, ci sono i loro sentimenti, le loro speranze, le loro famiglie. C’è la negazione del diritto alla vita. Un diritto a cui si è richiamata una fonte che penso anche voi non riteniate sospetta:  il santo padre nel

 messaggio che ha avuto la gentilezza di  inviarci dopo che lo avevamo incontrato. Un messaggio in cui si invita a mettere il valore della vita al centro delle dinamiche produttive. E’ proprio quello che chiediamo  noi. Agire  in questa direzione , ciascuno per le sue competenze e le sue responsabilità,  con la massima convinzione e la massima onestà intellettuale, è il  miglior modo per provarci.  

 

 

                                                                                                      Il  presidente

 

                                                                                             Valeria Parrini Toffolutti