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Intervento alla presentazione della ricerca Irpet su “salute e sicurezza sul lavoro in Toscana, il caso Piombino” – Castello – 17.11.06. Un paio di elementi a carattere generale: siamo qui ad affrontare il problema non in coda all’ennesima morte e alle parate conseguenti. E questo è positivo. Soprattutto, però, se saremo capaci di dare un seguito alle indicazioni dei ricercatori. Come positiva – e inedita rispetto al passato – è l’attenzione posta al problema dal presidente della Repubblica , Giorgio Napolitano e dalla Chiesa. Entrambi stanno conducendo una forte azione di denuncia e di sensibilizzazione. E questo è tanto più significativo mentre si seguono criteri di valutazione diversi nel descrivere chi muore in uno scenario di guerra e chi muore in una cava, in un cantiere o in una fabbrica . Di diverso, semmai, ci sono le regole di ingaggio ed i compensi E la dimensione numerica del fenomeno. Quello che combattiamo noi, è decisamente molto, molto più vasto. Non voglio essere fraintesa, da cristiana, peraltro, non me lo potrei neanche permettere, ho il massimo rispetto per chi cade in una missione militare e per la sua famiglia. Ma ne
Nello specifico: la ricerca conferma autorevolmente che la fatalità c’entra poco o nulla con gli eventi di cui parliamo. Lo diciamo dal 1998 ma ogni tanto il termine riaffiora nei commenti incauti di qualche addetto ai lavori. Dice anche, però, che il concetto di fatalità è piuttosto radicato tra i giovani piombinesi intervistati. E questa è giù una dritta su cui dobbiamo lavorare. Perché non bastano le borse di studio, peraltro una tantum, o sporadici incontri con gli studenti. Temo, che fino a quando alla materia sicurezza non sarà attribuita valenza curricolare - lo sollecitiamo da anni ai ministri dell’istruzione che si sono succeduti - i risultati non si vedranno. Come non si vedranno fino a quando la formazione continuerà, come è adesso in troppi casi, ad essere concepita come puro adempimento burocratico. Benissimo gli stage in fabbrica durante l’anno scolastico . Sono importanti. Ma non dobbiamo enfatizzarli. Perché un conto è stare sul reparto in queste occasioni, altro conto è esserci per lavoro vero, con i ritmi e le organizzazioni che ci sono.. Magari da interinale o con il contratto a termine o con una ditta in sub subappalto.. E comunque senza poter contare su quella trasmissione del sapere legata ai processi di affiancamento che una volta erano attivati tra generazioni.. Perché la ricerca dice anche questo. Ed è un’altra conferma: il lavoro precario e superflessibile è il nemico principale della sicurezza. Il perché lo sapete da soli. E’ utile, però, ricordare che dei docici morti in fabbrica dal 1998 ad oggi, 11 sono di imprese d’appalto o subappalto. Contrapporre ambiente e sicurezza da un lato, posti di lavoro dall’altro è il modo migliore per perdere su tutti i fronti. Incluso il fronte della qualità , che è l’unica carta da giocare per reggere la concorrenza dei produttori emergenti. Qualità totale. Ma per favore, in trasparenza. La fabbrica più sicura non è quella che nasconde meglio gli infortuni. Non è un commento mio, ma delle Rsu Magona, fabbrica in cui , sempre secondo i sindacati confederali, si continua a premere sugli infortunati affinché non si aprano le certificazioni Inail. L’Inail lo sa ? Mi risulta di sì. Quando sento enfatizzare l’obiettivo infortuni zero, dunque, mi pongo qualche domanda. E bisognerebbe se la ponessero anche altri. “La prevenzione dei rischi è privilegio di quelle imprese che se la possono permettere e quindi è possibile se le imprese sono sane e corrette ed hanno un modo di lavorare educato”, ha detto Piero Cirri, all’epoca amministratore Magona, ai ricercatori Irpet. Ecco, mi chiedo quanto sia corretto e quanto sia educato agire come si continua a fare. Mi chiedo anche perché – e la lettura delle interviste Irpet lo conferma – l’attenzione e, soprattutto, i provvedimenti, siano sempre arretrati di un morto. Quando va bene. E allora, per ammissione dello stesso amministratore Cirri, dal 1998 dopo la morte di un operaio, il nome non c’è ma ve lo faccio io, si chiama RuggeroToffolutti, è stata riconsiderata la politica degli appalti.. E ancora, dopo che il cadavere di un lavoratore ucciso dalle inalazioni, lavoratore di un subappalto (peraltro subappalto di una ditta ritenuta, dopo che c’era scappato il morto, inaffidabile dalla Magona, passata alla Lucchini), è stato rinvenuto ben 15 ore dopo, la Lucchini, si dice, abbia posto più attenzione agli ingressi e alle uscite. Mi domando se ci fosse bisogno di questo record così criminale per adottare provvedimenti banali, come sapere semplicemente chi è dentro e chi è fuori . E perché il dispositivo che, un paio di mesi prima, avrebbe potuto salvare un immigrato albanese, (tra l’altro la ricerca conferma anche la particolare vulnerabilità degli immigrati) è arrivato dopo? Per carità. L’impressione che se ne ricava , è che manchi una realistica mappatura dei rischi mentre un altro elemento su cui agire continua ad essere quello delle manutenzioni.. Credo che questa ricerca ,sia per le conferme importanti , sia per gli elementi di novità che offre, sia da considerare uno strumento utile. Ma solo se ciascuno di voi, istituzioni, sindacati, organi di controllo e soprattutto aziende, agirà in funzione delle proprie competenze e delle proprie responsabilità.. E questo significa non aspettare il dopo. Valeria Parrini Toffolutti |