Intervento del presidente alla presentazione del libro Donne al lavoro

sala consiliare del Comune di  Piombino  -  13 marzo 2002

 

 Il nostro ringraziamento all’Inail per averci dato la possibilità di presentare in anteprima, per la seconda volta, una sua pubblicazione ha gratificato il nostro impegno. Abbiamo letto questa seconda occasione, dopo la presentazione dell’ottobre scorso del volume sugli ex voto e gli infortuni, come un’altra  prova della stima  che ci siamo guadagnati ormai in tutta la Toscana. E non solo qui.

 

  Abbiamo pensato che era giusto coinvolgere la commissione per le pari  opportunità, individuandolo come il logo istituzionale più consono.

 

   Conoscendo la validità degli autori – e degli amici –  Riccardo Del Fa e Pino Modica, anche prima di sfogliare il libro, non ho avuto alcun dubbio: sicuramente, anche questa opera meritava attenzione e impegno. E , infatti,  è così.  Superata la fase organizzativa grazie alla collaborazione concreta delle “ragazze” dell’ufficio relazioni esterne del comune, era venuto il momento di scrivere l’intervento. Questo intervento.

 

Ma, a differenza di tutte le altre occasioni in cui sono chiamata a dire la mia ,  le parole non mi venivano. Non riuscivo a trovare la chiave. Perché ?  Perché ragionare di sicurezza dei luoghi di lavoro, nel nostro Paese, significa spesso ragionare di uomini e tra uomini.  L’inghippo era lì.

 

Non poteva  condizionarmi  la drammaticità  delle statistiche, quelle che parlano di oltre mille lavoratori , quasi  esclusivamente uomini, che muoiono ogni anno in Italia. E allora mi sono ricordata dell’otto marzo. Di come è nato. Di quelle lavoratrici uccise volontariamente dal loro datore di lavoro. Adesso si chiamano omicidi colposi e come allora, non vengono puniti.

 

Mi sono ricordata di Irene Pedersini, stritolata qualche tempo fa da un ingranaggio in una fabbrica bresciana  perché mancava una protezione che costava due lire. C’è voluta una perizia supplementare per dimostrare che Irene, al contrario di quanto sosteneva il suo datore  di lavoro, non stava beatamente sorseggiando un caffè quando la macchina l’ha presa. A meno che non reggesse  il bicchierino di plastica con un piede.

 

Mi sono ricordata di Ilaria Alpi e Maria Grazia  Cutuli, uccise mentre cercavano di fare il loro lavoro  con il rigore e la voglia di verità che il giornalismo imporrebbe.

 

Mi sono ricordata delle tante prostitute, spesso immigrate, uccise da un lavoro che forse è la forma di  sfruttamento peggiore.

 

 E mi  sono ricordata di Maria  (le generalità non sono state rese note per volontà dei familiari) uccisa nell’aprile scorso a Pistoia da un mesotelioma pleurico: l’inequivocabile impronta digitale dell’amianto. Maria non ha mai lavorato alla Breda , dove i morti non si contano più. Ci ha lavorato a lungo suo marito, nel famigerato capannone A,  e ogni volta che tornava  dalla fabbrica, portava a casa  un po’ di quel veleno. Lei lo respirava, lo manipolava lavandogli la tuta blu.

 

Donne al lavoro. Dunque, donne in pericolo. Quotidianamente. Come gli uomini, con una parità giocata al ribasso. Mi sono detta  che non può e non deve essere soltanto una questione di numeri dettati, peraltro,  da un tasso d’occupazione inferiore e da mansioni generalmente meno a rischio.  

 

E ho pensato che se ogni giorno, in Italia, ci sono tre lavoratori che trovano il posto fisso al cimitero come dice un  efficacissimo slogan coniato proprio dall’Inail - ci sono più o meno 

 

        altrettante  mamme, altrettante sorelle, altrettante mogli a interrogarsi sul perché. Mi sono  ridetta  che, sul lavoro, non c’è diritto  più importante di quello di riportare a casa la pelle  e  di non prendersi un cancro da profitto e che questa piaga  è ampiamente  sottovalutata.  E ho capito che rosa e celeste  erano la stessa cosa.

 

Quanta consapevolezza c’è  nella giovane lavoratrice interinale  o nella mamma del ragazzo assunto con lo stesso contratto, o con contratto a formazione , o a termine - e sono tantissimi -  del fatto che questi ragazzi sono più a rischio di altri, che non  sono preparati adeguatamente  e che non faranno in tempo ad imparare come stare in un reparto che li sbatteranno da qualche altra parte e dovranno ricominciare? Quanto è cosciente l’operaia o la moglie  dell’operaio del fatto che  “ritoccare” come si vorrebbe l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori significa offrire un’arma di ricatto in più a chi ha già il coltello dalla parte del manico perché lo spauracchio del licenziamento  può indurre ad accettare il rischio per non perdere il posto? Qualcuno penserà che la  sto buttando in politica. Non è così.: L’associazione Toffolutti si è guadagnata sul campo la sua totale  trasversalità  incassando critiche e complimenti a seconda dei  casi e ignorando puntualmente gli uni e gli altri. E così come non ha mai lesinato i giudizi negativi  verso il governo precedente e le amministrazioni locali  passate e presenti (Guerrieri lo sa benissimo) per i ritardi, le contraddizioni che manifestano nel  contrapporre  quotidianamente posti di lavoro da un lato, sicurezza e ambiente dall’altro, così oggi diciamo che, proprio per la loro incolumità fisica, i lavoratori e le lavoratrici hanno bisogno di maggiori tutele. Non di perdere quelle che sono rimaste.

  

  Sfogliare questo libro e inquadrare automaticamente ( la mia ormai, è  una deformazione mentale), situazioni di pericolo per infortuni o malattie professionali, ha rafforzato una convinzione che ho maturato da tempo:  è più che mai necessaria una nuova cultura della legalità capace di interiorizzare il fatto che le lesioni inferte alla vita,  all’ambiente, alla salute di chi sta dentro e fuori i luoghi di lavoro, siano essi i nostri luoghi di lavoro o dei nostri  uomini,   sono lesioni gravi. Da impedire rimettendo l’uomo e la donna  - il loro valore  unico, irripetibile, inalienabile, al centro delle dinamiche produttive.

 

E’ decisamente  una battaglia difficile ma avrà tante più possibilità di riuscire a segnare almeno qualche passo se cresceranno la coscienza singola, di ognuno di noi, e collettiva delle istituzioni, delle forze politiche, sociali e imprenditoriali. Sono convinta che a questa battaglia di civiltà, come è già accaduto in tante altre occasioni in passato, potranno dare un  contributo decisivo le donne, siano esse lavoratrici o madri, mogli e figlie di chi va a lavorare per vivere. Non per morire.  

 

 

                                                                                                       Il   presidente

 

                                                                                                  Valeria Parrini Toffolutti