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Intervento del presidente alla conferenza pubblica proposta dai Comuni dell’area fiorentina il 12 e il 13 aprile 2002 Limonaia di Villa Montalvo Campi Bisenzio su “La sicurezza e il ruolo degli enti locali”.
Ci sono cose che, in occasioni come questa, appaiono rituali. Il ringraziamento che porto a nome dell’associazione che presiedo e che prende il nome di mio figlio, stritolato da un ingranaggio alla Magona di Piombino il 17 marzo 1998 mentre lavorava per una ditta d’appalto, non lo è. Crediamo molto nel confronto e nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica “con ogni strumento non violento”, come sta scritto nel nostro statuto, su questa che è un’emergenza sociale ampiamente e vergognosamente sottovalutata. Un confronto a cui, ovviamente, dare il seguito della concretezza.
L’associazione Toffolutti non ha colorazione politica né religiosa. Per due motivi essenziali: intanto perché l’autonomia di pensiero è un ottimo antivirus: tiene alla larga i tentativi di strumentalizzazione che abbiamo sempre fiutato ed evitato accuratamente. Ma soprattutto perché sui cantieri, nelle fabbriche, nelle cave, si muore indipendentemente dalle tessere e dalle convinzioni. Ed è per questo che mi sono chiesta perché il polo centro destra si sia astenuto sull’ordine del giorno con cui si lanciava questo appuntamento. Personalmente, vi ho trovato molte verità.
Per affrontare l’argomento è indispensabile, prima di tutto, definire le responsabilità.
Dobbiamo indicarle chiaramente, senza giri di walzer. Altrimenti non ci usciamo. Neanche le responsabilità hanno un colore specifico. Ne abbiamo tutti.
Personalmente, come giornalista, ne assumo per una categoria che raramente riesce ad occuparsi del problema in modo serio e che usa troppo spesso il termine fatalità per essere credibile.
Ne ha di gravissime l’economia, l’impresa che – potrà sembrare un linguaggio arcaico, ma è così ed è la stessa terminologia usata dal santo padre quando abbiamo avuto l’occasione di esternargli le nostre convinzioni – in larghissima misura antepone il profitto a tutto il resto con una visione decisamente poco lungimirante: tra fermo impianti, sequestri, risarcimenti e qualche altra “scocciatura” inevitabile quando ci scappa il morto, l’omicidio colposo, alla lunga, non paga neanche economicamente. Per non parlare di morale, di etica e di coscienza che però, è risaputo, non sono voci di bilancio.
Hanno grosse responsabilità le organizzazioni sindacali che salvo rarissime eccezioni illuminate, continuano a mettere in competizione ambiente e sicurezza da un lato, posti di lavoro dall’altro.
Non sono sole. Anche gli enti locali ragionano con la stessa logica mentre noi restiamo fermamente convinti che questo è il modo migliore per perdere gli uni e gli altri e che è meglio una fabbrica chiusa di una fabbrica insicura per chi sta dentro e chi sta fuori. Non cedere al ricatto occupazionale non significa affamare la gente se si è davvero convinti che monetizzare la vita, non solo è abominevole: è controproducente. A meno che non si ragioni con i paraocchi, senza ponderare i costi sociali ed economici, le prospettive. E questo vale anche per Comuni, province e regioni quando siglano protocolli d’intesa con aziende e sindacati .
Un prodotto realizzato in sicurezza e in pulizia ambientale è sempre un prodotto qualitativamente migliore. Ed è nella contrattazione che devono essere ricavati gli spazi adeguati per intervenire.
Soprattutto preventivamente, senza delegare ad uno sciopero post infortunio, o ad un corteo funebre magari aperto dal gonfalone del comune listato a lutto, il compito dell’assoluzione.
Ed hanno grosse responsabilità gli organismi di controllo pubblico. Non conosco bene la realtà fiorentina (conosco però il dottor Carpentiero e ne ho una grande stima) ma per l’esperienza che ho maturato in questi quattro anni in varie realtà, Piombino compresa, dico che le verifiche sono insufficienti, qualche volta addirittura preannunciate e qualche volta circoscritte ad un esame puramente burocratico di qualche scartoffia.
Ed ha grosse responsabilità la magistratura. I suoi tempi lunghi tradizionali , per i reati di questo tipo diventano geologici e la loro repressione è un mito. So benissimo che prevenire è meglio che reprimere. Ma mentre la prevenzione è un valore almeno virtualmente acquisito, il termine repressione fa torcere tanti nasi e il senso di impunità che avvolge questi reati è il peggior nemico della prevenzione stessa. Per questo vi domando: l’imprenditore che viola le norme sulla sicurezza, è forse un eroe del nostro tempo? A volte è un cavaliere del lavoro, ma questa è un’altra storia.
Uccidere sul lavoro, è lecito? Rientra negli effetti collaterali della modernità?
Si parla molto di criminalità. Anche in questi giorni. E vi chiedo: il concetto di criminalità è valido esclusivamente per il rapinatore che uccide il commerciante – sicuramente non ad una media di tre vittime al giorno - contro il quale si invocano pugno di ferro e misure eccezionali? Al contrario, per gli omicidi sul lavoro, ogni tanto spunta l’ipotesi aberrante di una depenalizzazione che cozzerebbe in pieno, oltre che con la coscienza civile e la giustizia, anche con le direttive imposte recentemente all’Italia, dove si continua a morire più che nel resto d’Europa, dalla Corte di giustizia europea. Prima, nel novembre scorso, quando ci ha tirato le orecchie considerando la legislazione vigente, la mitica 626, insufficiente : non contiene un semplicissimo presupposto: non fa obbligo al datore di lavoro di fornire tutte le garanzie di tutela dei suoi dipendenti: se manca l’obbligo, manca la responsabilità effettiva anche da un punto di vista penale. Questo si vede bene nei processi, quando finalmente si svolgono. Se l’azienda non ne ha, cerchi fuori le competenze necessarie, ha detto ancora la corte europea. Nel febbraio scorso ha aggiunto un altro obbligo, ancora più chiaro: entro un anno l’Italia dovrà eliminare quella discrezionalità contenuta in alcuni passaggi della legge: togliere i può e sostituirli con i deve, riferiti all’imprenditore. Molto meno autorevolmente, ricordiamo che il riordino della materia legislativa su cui avrebbe dovuto intervenire il governo precedente, resta vergognosamente incompiuto e non mi sembra che il governo attuale smani per farlo.
Cosa c’entrano gli enti locali con tutto questo? Molto. Partiamo dalle ultime valutazioni. Tre giorni fa la commissione regionale per la sicurezza dei luoghi di lavoro, con il presidente, ,Nino Frosini, ha deciso di sostenere un’iniziativa legislativa che corregga “in progress” la 626 come da normativa europea. Non solo: con la modifica del titolo V della Costituzione che dà potestà legislativa alle regioni, la commissione ha già potuto elaborare una bozza di legge focalizzata sull’epicentro di molte ingiustizie: il subappalto Comuni, Province e Regioni riescono ad appaltare opere pubbliche con ribassi d’asta del 30, del 35%: come si giustifica? Malissimo: o era sbagliato il progetto iniziale, o inevitabilmente c’è ricorso al subappalto che fa saltare prima di tutto la sicurezza. Perché l’azienda il suo profitto deve pur scavarlo da qualche parte. Quella bozza di legge proibisce alla pubblica amministrazione questa procedura Chi vince la gara fa il lavoro. Le imprese piccole si consorzino. Sarebbe positivo se, in attesa dell’approvazione della legge, che mi auguro rapidissima, gli enti locali presenti iniziassero subito a ragionare con questo ordine di idee anche perché ho letto che in questa zona ci sono molti cantieri pubblici vicini all’apertura e poi, la valutazione dei piani di sicurezza: almeno negli appalti pubblici, smettiamo di accettare così come vengono presentate, quelle che in sostanza sono delle autocertificazioni sfornate un tanto al chilo da qualche professionista provvisto di fotocopiatrice.
E ancora: l’esclusione dalle gare delle imprese che si sono dimostrate inadempienti in fatto di sicurezza, anche semplicemente attraverso controlli incrociati negli archivi degli organismi di controllo. Gli enti locali hanno autonomia impositiva: perché non articolare meglio una politica fiscale premiante o penalizzante, a seconda dei casi?
Quindi, la formazione e la prevenzione: sono due settori in cui gli enti locali hanno un margine d’intervento. Peccato, che in alcuni casi, anche i corsi di formazione si trasformino esclusivamente in un business per le imprese che riescono a guadagnare anche su quelli. Si parla molto di cultura della sicurezza e del fattore scuola: anche qui si può e si deve fare molto.
Attenzione, però: la cultura della sicurezza non può prescindere da una nuova cultura della legalità capace di interiorizzare la tesi che le lesioni inferte alla vita, alla sicurezza, alla salute di chi sta dentro e fuori i luoghi di lavoro, sono lesioni gravi. Da impedire, rimettendo l’uomo e la donna, il loro valore unico, irripetibile, non risarcibile, al centro delle dinamiche produttive. Ed è una strada difficile, strettamente intrecciata a diritti da consolidare e da estendere. Non da ritoccare come si vorrebbe. No, non la sto buttando in politica. Ci siamo guadagnati sul campo la nostra trasversalità incassando critiche e complimenti a seconda dei casi e ignorando puntualmente le une egli altri. E così come non abbiamo mai lesinato i giudizi negativi verso il governo precedente e le amministrazioni locali passate e presenti (possono esserne buoni testimoni l’ex ministro Salvi, il presidente Martini e l’assessore Rossi) così oggi diciamo che i lavoratori e le lavoratrici, proprio per la loro incolumità fisica, hanno bisogno di maggiori tutele. Non di perdere quelle che sono rimaste. Ed è per questo che anche la nostra associazione è impegnata nella difesa dell’articolo 18 per un motivo semplicissimo: quell’articolo, di fatto, è un’ottima norma antinfortunistica perché lo spauracchio del licenziamento può indurre ad accettare il rischio per non perdere il posto.
E non c’è controllo, non c’è sistema di prevenzione, neanche il più innovativo, neanche quello ritenuto perfetto, che possano surrogare la forza e la capacità di non sottostare a ricatti ai danni di chi va a lavorare per vivere. Non per morire. Sia esso padano, meridionale o immigrato.
Grazie e buon lavoro.
Il presidente Valeria Parrini Toffolutti
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