Intervento al Social Forum toscano,  Piombino 11 settembre 2004

 

 

11 settembre 2001. Mentre a New York saltavano in aria le torri gemelle, la Lucchini, per un incidente impiantistico al gasometro,  ha rischiato di saltare e con essa,   anche una  parte di questa città. Se fosse accaduto, quel giorno, non avremmo fatto neanche notizia.

 

Chi conta, sapeva. Vertici sindacali compresi. Ma  perché la città sapesse c’è voluto un paziente lavoro di intelligence giornalistico che ha portato alla verità, al sequestro dell’impianto e ad una relazione  dell’Arpat in cui si diceva  tra l’altro che , grazie al vento favorevole,  la fuoriuscita di gas  era stata rapidamente dispersa e si erano evitati guai a cose e persone. Dobbiamo ringraziare Sant’Eolo, insomma.

 

Ma quante volte abbiamo rischiato senza saperlo? Quante volte, ogni giorno, rischia la pelle chi varca i cancelli della  fabbrica ? Quanti sono i morti per malattie professionali non riconosciute e quanto uccide l’inquinamento industriale tra la popolazione?  Se  i cancerogeni  idrocarburi policiclici aromatici  hanno avuto per anni  valori persino venti volte superiori ai limiti e oggi ci possiamo rallegrare , sono  “solo”  sette volte superiori , ci saranno  dei legami con la salute di chi sta dentro e di chi sta fuori.  Ma le indagini epidemiologiche, qui, le promettono e basta.

 

In compenso,  si vuole ampliare la cokeria mentre quella attuale basta e avanza  ad alimentare la situazione ambientale tragica della città.

 

Gli infortuni mortali, però,  non si possono nascondere.  Almeno per ora. Perché  con gli infortuni meno gravi, si  è già cominciato. Alla grande. I certificati Inail si aprono solo se non se ne può fare a meno,. Altrimenti,  si ricorre al certificato di malattia, così godono le casse dell’Inps. O, peggio ancora, si esercitano pressioni  sul lavoratore – specie se interinale, a formazione,  a tempo determinato -  affinché se si fa male si metta in ferie oppure  addirittura, vada in fabbrica a svolgere mansioni meno pesanti o si guardi  filmini sulla sicurezza. Così capisce che farsi male è da scemi.  

 

Al  peggio, però,  non c’è mai fine; ecco che il profitto ne ha escogitata un’altra. Una perversione: la Magona, l’ho detto prima,  è un’azienda buona. Ha ideato   un catalogo ricco di  premi. In  base al regolamento,  chi non denuncia infortuni accumula  punti che si sommano al punteggio della squadra . Sempre che anche gli altri  non denuncino infortuni. E’ più facile, così, che   un compagno di lavoro chieda all’altro di non farla tanto lunga, se gli capita qualcosa. Perché è come il gioco dell’oca. Si ritorna indietro.

 

Vanno molto le digitali. Ma si possono scegliere pentole, vasi di cristallo, arredi da giardino mentre per i più bravi  scatta  il fine settimana a  Parigi. Un meccanismo ributtante subito -  salve le risposte ufficiali – dai sindacati. Un meccanismo perverso, che consente all’azienda, a fine anno,  di esibire una facciata più pulita, con meno infortuni ufficiali, e contemporaneamente di pagare un premio Inail più basso. Perché funziona come  per le auto. Più incidenti hai, più paghi di assicurazione.. E poi, meno infortuni risultano e più facilmente ottieni le  certificazioni di qualità da metterti all’occhiello.

 

Un meccanismo perverso, che divide. Non è il solo..

 

La divisione più  lacerante – qui  come altrove – rimane quella tra il diritto di lavorare da un lato, e dall’altro, il diritto ad un ambiente pulito e alla sicurezza di tornare a casa a fine turno. Una contrapposizione forte, radicata che il movimento operaio e i suoi  rappresentanti  non riescono a superare.  Prima di  tutto viene il lavoro. Non a caso ho parlato di tre diritti.  Ma è solo intrecciandoli saldamente  tra di loro,  che si possono avere risposte vere, adeguate che li  tutelino tutti.

 

La loro contrapposizione costituisce  il modo migliore per perdere tutto. Anche il posto di  lavoro per il quale si subisce il ricatto. Con la consapevolezza, però,  che il valore unico, irripetibile, irrisarcibile  della vita  deve occupare il  vertice del triangolo. C’è una soglia etica al di sotto della quale non si può andare e per questo anche da questa giornata deve venire un no secco all’ampliamento della cokeria. Perché abbiamo già dato, stiamo ancora dando e sappiamo  che gli accordi di programma e i protocolli d’intesa , gli interminabili ,fumosi tavoli della concertazione,  troppo spesso servono solo a dare altro tempo alle aziende palesemente inadempienti. E fuori regola. Nel frattempo si muore, di infortuni e di cancro.

 

La striscia rossa che ieri abbiamo pitturato dal muro della Lucchini  al cuore della città,  per qualcuno  è  il simbolo di un elemento d’unione. Forse lo sarà.. Adesso,  non è così. La frattura c’è e si sta  divaricando.  Lavorare perché  si ricomponga , si può. Sempre che sindacati, istituzioni e partiti, siano disposti  a compiere una profonda riflessione interna  mentre a noi  s’impone una forte azione di denuncia sul caso  Piombino e su tutti i casi analoghi in cui la  logica del baratto ha attecchito perfettamente.

 

Un’azione di denuncia che deve abbracciare l’emergenza sociale del tutto sottovalutata degli i infortuni. Dobbiamo far sapere  che mentre contro la  criminalità  comune, più o meno organizzata, s’invocano  misure eccezionali, c’è un’altra criminalità perfettamente organizzata che in Italia uccide impunemente  ad una media di tre, cinque  lavoratori  al giorno. Una media lontana anni luce da quella degli omicidi  per rapina che tanto sdegno provocano sui media.

 

  Dobbiamo far sapere che  non tornare a casa dal lavoro, non  è una fatalità. Dobbiamo far sapere che ci sono responsabilità precise e che  prima di tutto  stanno nelle ragioni dell’impresa,  quindi in chi , di fatto, lascia all’impresa  mano libera.  Dobbiamo far sapere che i familiari delle vittime non vogliono  funerali di stato come accade per chi perde la vita in missioni  di guerra. Ma  neanche che ci si dimentichi ad una velocità impressionante  di cosa è accaduto ai loro cari e di cosa  succede  quotidianamente. Dobbiamo far sapere che mentre si partoriscono leggi speciali per  tutelare la sicurezza dei cittadini o contro gli  immigrati, e nonostante in galera non sia mai finito alcun imprenditore per aver causato la morte di un suo dipendente, il governo sta tentando il colpo grosso: depenalizzare i reati perpetrati  sul lavoro. Omicidi compresi. Licenza di uccidere, insomma. E invece, come per tutti  i reati, repressione e prevenzione devono marciare di pari passo .Dobbiamo far sapere  che ritmi di lavoro sfrenati,  straordinari, precarietà,  flessibilità,  sono un grande nemico per la sicurezza dei lavoratori e che in tanti luoghi di lavoro i cartelli anti infortuni sono incomprensibili ai lavoratori stranieri. Carne da macello come e più dei nostri perché ancora più ricattabili. Dobbiamo far sapere che la cultura della sicurezza,  a cui si richiamano sempre più imprese e sindacati, è fatta sì,  di  informazione, didattica e preparazione antirischio, fin dai primi anni di vita. Ma che  non c’è stage, non c’è preparazione  culturale che possa surrogare  la logica del risparmio, degli appalti assegnati al massimo ribasso, della precarietà e della ricattabilità, delle manutenzioni impiantistiche ridotte all’osso, dei controlli sporadici e qualche volta pilotati, del senso di impunità . Dobbiamo far sapere che dietro la freddezza delle statistiche sui mortali, ci sono le persone, ci sono i loro sentimenti, le loro speranze, le loro famiglie. C’è la negazione del diritto

alla vita..

 

Mi piace chiudere con l’omaggio che Luis Sepulveda ha rivolto ai cavatori di Carrara in un capitolo del  libro Le rose di Atacama. L’autore , qualche anno fa, era  al funerale di uno di loro.

 

“Uno degli artisti che era lì,  ha detto “era un eroe, è morto per l’arte”. Ma un cavatore ha sputato il toscano che gli pendeva dalle labbra e ha precisato “è morto perché non c’era sicurezza. E’morto per uno stipendio di merda. E allora ho capito - dice Sepulveda – che la verità della gente semplice vale più di tutte le verità. Se fossi uno scultore, il mio nome sarebbe l’ultimo sul piedistallo. Prima,

 verrebbero i nomi dei cavatori che hanno strappato la pietra dalla montagna,  poi i nomi dei marmisti che gli hanno dato la prima forma  e hanno i polmoni impregnati da quella maledizione bianca. Lettrice, lettore - chiude Sepulveda – se un giorno vedrai  una statua in marmo di Carrara, pensa ai cavatori e ai marmisti di Pietrasanta. Pensa a loro, e saluta quel dignitoso anonimato”.

 

 Recuperare quel dignitoso anonimato alla coscienza e alla memoria collettiva, in tutti i settori produttivi è uno degli impegni dell’associazione Rugggero Toffolutti.

 

 

                                                                                                       Il  presidente

                                                                                              Valeria Parrini Toffolutti