|
|
|
Questo il pezzo
interpretato dalla signora Villoresi nell’ambito dello spettacolo “Cento
anni di lavoro” scritto dalla sottoscritta nell’estate 2002.. E’ la ricostruzione
fedelissima della nostra vicenda. Ogni riferimento o
a fatti e persone non è
casuale. 17 marzo 1998:
sono le otto e accompagno mio figlio a scuola. E’ in terza
elementare. L’altro, Ruggero, è
al lavoro in Magona. Passa un’ambulanza a sirene
spiegate. Inspiegabilmente
ho un momento di panico. Eppure
sono abituata a quel
suono.. Sono giornalista e ho quel pizzico di cinismo che ha un po’
tutta la categoria. Lascio
Matteo al cancello della scuola
e arrivo in redazione. Sono sola.
La prima telefonata è di una
collega.
Suo marito lavora in Magona e
ha saputo di un
infortunio mortale in fabbrica.
Le chiedo
il nome. Non lo sa.
Le dico “Anche Ruggero è in
Magona, stamani”. “Ce ne sono tanti,
che vai a pensare. Perché
dovrebbe essere proprio lui”?, mi risponde. Già, perché
dovrebbe essere proprio
lui. Me lo ripeto due o tre volte. Ma ormai
la molla è scattata. Comincio a fare
quello che in gergo si
chiama giro telefonico di
nera. Volevo quel nome.
Nel frattempo mi
raccomandavo al Signore. “Non me lo fare”. Dicevo. “Non me lo fare”.
Ma me lo aveva
già fatto.
Riesco a rintracciare sul
cellulare il sindacalista che
è sul posto. Gli chiedo il nome.
Il
silenzio. E io che incalzo. Fino
a quando dall’altra parte del telefono arriva la conferma:
“Che ti devo dire? E’ lui. E’ il
Toffolutti”. .Urlo, urlo,
piango. In redazione sono ancora sola. Qualcuno là intorno mi sente,
viene a vedere cosa è successo. Telefona a mio marito.
Gli dice che Ruggero è ferito. Mi accompagna a casa.
Ed è lì che dico la verità a
Roberto. Non sappiamo ancora
che non potremo vederlo neanche per un’ultima volta. Che non potremo
neanche vestirlo, tanto ha lavorato bene quel
macchinario senza protezioni .. Non sappiamo ancora
che Ruggero pochi giorni prima di morire si è rivolto a un lavoratore
sindacalizzato della Magona per
chiedere aiuto e dirgli in quali
condizioni sono costretti a lavorare lui e i suoi compagni dell’impresa. Non sappiamo
ancora che quel lavoratore,
dopo averci confermato tutto personalmente, era ed è un
vigliacco che
non ha detto tutto
al magistrato. Adesso, quando mi vede,
abbassa la testa.
E non sappiamo ancora che
Ruggero ha avuto il tempo di
capire cosa gli stava accadendo.
Forse sarà stato un attimo.
Ma un attimo interminabile.
E il terrore che leggiamo nei suoi occhi
non smetterà mai di riflettersi
nei nostri. 17 giugno 1998:
finalmente, dopo tre mesi
esatti, Matteo si decide a piangere. Entro in camerina e
lo trovo con la testa sotto il
cuscino che singhiozza: “voglio il mio tato”
Spiega di avere un sasso grosso
nella gola. Che non vuole scendere. E comincia il gioco.
A lungo, ogni sera, misuriamo di
quanto è sceso quel peso. Matteo me lo indica. Quel peso fa un
millimetro alla volta ma piano
piano se ne va e Matteo torna a
dormire da solo. Ora, quando parla
di suo fratello, ricordando giochi e battute, riesce a sorridere. Non ha colorazione
politica né religiosa. E’ nata per sensibilizzare l’opinione pubblica su
questa piaga sociale
ampiamente sottovalutata, “con ogni strumento non violento”, come sta
scritto nello statuto.
Facciamo del nostro meglio per
ricordare che dietro le statistiche dei 1.300 lavoratori che
ogni anno perdono la vita mentre
se la stanno guadagnando, ci sono uomini e donne,
le loro speranze, i
loro affetti, i loro sentimenti.
E facciamo del nostro meglio per
ricordare alle istituzioni , agli
organi di controllo, a
politici e sindacalisti che le loro grida di sdegno sempre pronte a
levarsi quando un altro lavoratore ci lascia
la pelle,
hanno il valore delle classiche lacrime di
coccodrillo senza un impegno adeguato e
costante a carattere
preventivo e repressivo nei
confronti delle aziende e delle
loro ragioni economiche. Che
restano le imputate principali di questa strage
continua e silenziosa. 17 marzo 1999,
2000, 2001, 2002 e ogni 17 marzo finché ce la faremo: Roberto e io
entriamo alla Magona. Portiamo un mazzo
di fiori davanti a quel maledetto ingranaggio dove la direzione ci ha
chiesto di poter mettere una
targhetta . Abbiamo accettato ad una condizione e con un obiettivo: solo
il nome, il cognome e la data della morte. Niente enfasi, niente
retorica.
L’obiettivo: abbiamo pensato che
se un lavoratore passa di lì e vede quella targa, può darsi che
pretenda di lavorare in
sicurezza. Sappiamo bene che
Ruggero non è lì. E’ con noi, con i suoi amici del bar e del calcetto,
è nell’impegno che metteremo finché avremo voce, è nel sorriso di
Matteo. E da cristiani,
sappiamo che lo rivedremo.
Valeria Parrini Toffolutti Piombino, estate
2002 |