Intervento del presidente all’assemblea  da Cgil, Cisl e Uil su Diritti, diritti, dignità, lavoro sicuro

 

Lucca, 2 Marzo 2002  (Auditorium Pia casa)

 

Sono Valeria Parrini Toffolutti e  rappresento l’associazione che prende il nome di mio figlio, stritolato da un ingranaggio alla Magona di Piombino il 17 marzo 1998.

 

L’associazione è assolutamente trasversale, non ha colorazione politica o religiosa ed è nata per sensibilizzare  l’opinione  pubblica su questa piaga ampiamente sottovalutata. Non abbiamo velleità. Sappiamo benissimo che cause e  responsabilità sono tante. Personalmente, come giornalista, ne assumo per una categoria che raramente riesce ad occuparsi del problema in modo serio. Ne ha di gravissime l’economia, l’impresa. Lo sappiamo benissimo e lo abbiamo denunciato più volte. Dato, però,  che non siamo ad un convegno di Confindustria,  e  i giri di walzer  - altra cosa  sono i  ringraziamenti  non formali che facciamo ai sindacati per averci invitati qui – non aiutano nessuno, preferisco accennare alle vostre responsabilità. Perché ne avete.

 

 Lo slogan individuato dai vertici nazionali di Cgil, Cils e Uil per celebrare il primo maggio scorso a Pescara recitava testualmente:

 

“Più lavoro, più sicurezza”: l’ordine con cui sono state elencate  queste due parole ha il sapore del lapsus freudiano e dà  un’indicazione utile sulle priorità che vengono indicate e, soprattutto,sostanziate, nella pratica quotidiana. Nelle fasi contrattuali e  nella gestione quotidiana.

 

Perché no, più sicurezza e più lavoro? Semplicemente perché la sicurezza, i diritti, la dignità, di cui parliamo oggi – e non c’è diritto più importate del diritto di riportare a casa la pelle o di non prendersi un cancro da profitto -  vengono sempre, sempre  dopo. E  non da ora.  Al di là dei discorsi, nei fatti, per  prima viene l’occupazione pur che sia e poi il resto. Perché manca troppo spesso, nelle elaborazioni del sindacato, la consapevolezza che quando si mettono in competizione ambiente e sicurezza da un lato, posti di lavoro dall’altro, si finisce col perdere gli uni e gli altri.

 

Perché più il mercato del lavoro si frammenta e cresce il precario,  con i contratti interinali, a formazione per modo di dire, a termine e la flessibilità venduti come la panacea per risolvere i problemi dell’occupazione, più si abbassa la soglia della prevenzione. Perché salute e sicurezza si monetizzano ancora, i ritmi sono sfrenati, gli orari  impossibili, i riposi saltano. Nelle organizzazioni del lavoro il valore uomo non ha peso specifico, le tabelle dei turni  ti dicono quando entri in fabbrica ma non quando esci. Ammesso che tu esca, con le tue gambe. Perché la formazione è inadeguata e si continua ad assegnare  gli appalti al massimo ribasso. Non da ora. Perché dove c’è lavoro nero la sicurezza è un optional. Perché i controlli sono insufficienti e spesso preannunciati. Perché la prevenzione è considerata un costo e la repressione, per questi reati, è un mito. Non da ora.

 

Lo so: sto sfondando  tante porte aperte. Gran parte delle cose che ho appena detto  le dicono più autorevolmente di me Cgil, Cils e Uil a  cadenza canonica: il primo maggio o in un comizio post infortunio mortale. Ma dire non basta: soprattutto non deve bastare  al sindacato.

 

Ogni omicidio sul lavoro parla prima di tutto al sindacato: gli dice dove ha sbagliato, dove ha sottovalutato,dove non ha denunciato, dove ha annuito, dove ha chiuso un occhio e non ha preteso.

 

E anche, dove non è stato ascoltato.

 

Da ogni omicidio sul lavoro si possono trarre delle lezioni. Se lo si vuole davvero e non si pensa che la coscienza  singola, di ognuno di voi, e collettiva , di una parte sociale così importante come sono le confederazioni, possa essere lavata da un corteo che viene dopo un funerale.

 

Dunque, un’associazione come la nostra, non può che valutare  positivamente il risveglio di interesse e la ripresa dell’azione da parte di  Cgil, Cisl e Uil  contro l’attacco a diritti acquisiti o da consolidare. Non da ora. Ora, però, assistiamo ad un pesantissimo, innegabile, giro di vite, contro il quale siamo accanto a voi in maniera convinta.  A partire dalla difesa dell’articolo 18  semplicemente perché  gli imprenditori hanno già troppi strumenti di  ricatto per aggiungerne altri mentre  i lavoratori, proprio per la loro incolumità, non devono subirne. Fare una battaglia  per difendere  l’articolo 18  è indispensabile ma è altrettanto indispensabile discutere di una nuova cultura  della legalità che interiorizzi il fatto che le lesioni inferte ai beni collettivi – e quindi alla vita, alla salute, all’ambiente  - sono lesioni gravi, rimettendo l’uomo al centro delle dinamiche produttive .

 

Ma quanta  consapevolezza  e  quanta  voglia di spendersi c’è per un ambiente sano , dentro e fuori le fabbriche, per posti di lavoro puliti e sicuri, per il rispetto dei diritti e della dignità di chi lavora sia esso immigrato, interinale, in formazione,  flessibile, meridionale, padano?

 

Un auspicabile dietro front del governo, riporterà alla prassi del silenzio assenso o  dovrà essere l’inizio di una battaglia  più ampia con cui estendere e consolidare quei diritti anche in futuro, indipendentemente dal colore delle maggioranze che siederanno in parlamento?

 

Non so se sono andata fuori tema. Alle brutte  mi darete un brutto voto e io  cercherò di rimediare copiando. Copiando alcune frasi che ho rubato ad uno degli ultimi libri di Luis  Sepulveda, presente al funerale di due cavatori di Carrara uccisi nel maggio del 2000.

 

“L’unico scultore al funerale ha detto che quei due lavoratori erano martiri, che erano morti per l’arte. Ma un cavatore ha sputato il toscano che teneva in un angolo della bocca e ha precisato:  no, sono morti perché non c’era sicurezza, sono morti per uno stipendio di merda. E ancora una volta – aggiunge lo scrittore cileno – ho toccato con mano che la verità della gente semplice vale più tutte le verità. Se fossi uno scultore, la mia firma sarebbe l’ultima sul piedistallo. Prima ci sarebbero i nomi dei cavatori che hanno scelto, tagliato e portato giù il marmo dalla montagna. Poi, i nomi dei marmisti che gli hanno dato la prima forma e hanno i polmoni pietrificati da quella maledizione bianca. Lettrice, lettore quando ti troverai davanti una  statua scolpita in marmo di Carrara  - chiude

 Sepulveda – pensa ai cavatori e ai marmisti di Pietrasanta. Pensa a loro e saluta quel dignitoso anonimato.”

 

E’ l’invito che l’associazione Ruggero Toffolutti  gira a chiunque. Lo ha fatto  ieri, lo fa oggi e lo farà domani. Ovviamente, non è riferita solo alle statue in marmo di Carrara. Grazie.

 

                                                                                                                         Il  presidente

                                                                                                                Valeria Parrini Toffolutti